Il primo treno di Robertino: l’illusione dei binari morti

Un racconto di Michele Minisci

Era circa la metà di giugno quando Robertino, un ragazzo molto più grande di noi e anche un po’ strano, decise di andare a vedere per la prima volta il treno da vicino, alla stazione di Sibari.

Aveva chiesto allo stagnaro se gli dava un passaggio dopo che aveva finito di stagnare le pentole. Quella volta il ramaio finì molto tardi di lavorare e Robertino, dal fondo della stradina dove si era piazzato per tenerlo d’occhio, continuava a sbirciarlo con apprensione perché stava per imbrunire. Bisognava sbrigarsi e arrivare alla piana prima che facesse buio totale: si era accorto che la vecchia Guzzi non aveva il fanale per illuminare la strada e poi aveva calcolato che ne aveva persi già due di treni e non voleva perderne altri.

Finalmente partono, con Robertino seduto sullo strapuntino del sidecar, e questo lo faceva sballottolare a destra e a sinistra in ogni curva, e con il cuore in tumulto. Non ci poteva credere: finalmente avrebbe visto da vicino il treno, quel treno che lo avrebbe portato un giorno in giro per l’Italia a vedere grandi paesi, città, e i paesani che si erano trasferiti ovunque e si erano rifatti una vita nuova, lontano dal paese.

Pensava che quando avrebbe fatto il suo primo lungo viaggio si sarebbe portato dietro un cestino con:

  • Una soppressata intera e un po’ di salsiccia piccante;
  • Dei pomodori lunghi San Marzano;
  • Un pezzo di formaggio di pecora;
  • Un bel pezzo di pane del forno di mastro Vincenzo.

Perché il ramaio gli aveva detto che in treno si poteva anche mangiare stando seduti mentre si viaggiava a cento all’ora. E mentre faceva di questi pensieri, i suoi occhi di falco brillavano ancora di più.

L’arrivo a Thurium e l’attesa trepidante

Ormai era quasi buio quando arrivarono davanti alla piccola stazione di Thurium, la fermata prima della più grande stazione di Sibari. Con un agile balzo Robertino salta fuori dal sidecar, si dirige subito verso i primi binari che scorge in lontananza e si accovaccia su una provvidenziale panchina di pietra col cuore in gola.

Si sistema sul ciglio della panchina protendendosi verso i binari, come se volesse accorciare ancora di più la distanza dal suo sogno e poter vedere ancora meglio il suo treno quando sarebbe passato. Le braccia sempre in movimento, le dita intrecciate le une con le altre in continuo e tormentato movimento dovuto alla tensione che aumentava man mano che passava il tempo.

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Fermo, immobile, con gli occhi fissi sui binari per un tempo che gli sembrava non finire mai; non aveva voglia neanche di fischiare le sue canzoni preferite per ingannare il tempo: l’attesa era troppo snervante e l’emozione grande.

Finalmente avrebbe visto da vicino il treno; lì a pochi passi che avrebbe potuto anche toccarlo se si fosse fermato.

Un lungo, improvviso e prolungato fischio lo fece sobbalzare e lo distolse dai suoi pensieri, riportandolo nella realtà. Cominciava ora a sentire anche uno sbuffare e uno sferragliare di ruote sui binari, che illuminati da una timida luna piena sembravano in alcuni punti delle lame argentate.

Il rumore ora diventava sempre più incalzante e assordante, ma anche il battito del cuore cominciava ad accelerare al massimo e a volte si confondeva col rumore del treno:

ta ra ta tà — bum bum — ta ra ta tà — bum bum — ta ra ta tà — bum bum…

L’illusione nella notte: il treno fantasma

Anche il suo respiro era diventato ora affannoso. Ecco, finalmente lo avrebbe visto: il treno stava per arrivare e sarebbe passato ad un metro da lui. Per un momento la paura prese il sopravvento sulla curiosità, sull’ansia di vedere una cosa sempre sognata, e gli venne voglia di scappare via quando…

Improvvisamente, dopo un lungo e lacerante fischio, si accorge che il rumore assordante e lo sferragliare delle ruote cominciavano a diminuire, a smorzarsi lentamente.

Non appena il rumore si spense del tutto e il silenzio della notte si impadroniva di nuovo della piccola stazioncina, il povero Robertino rimane frastornato. Non riusciva a capire cosa fosse successo, perché non aveva visto il treno pur avendolo sentito arrivare. Era ancora attonito e perplesso, con la testa piena di interrogativi e di pensieri quando percepì di nuovo il lungo fischio della locomotiva e subito dopo il lontano e tenue sferragliare delle ruote:

taratatatum — taratatatum — taratatatum

Subito non ci pensò più a quello che era accaduto prima, si rincuorò nuovamente e si mise in rigida posizione di attesa sulla vecchia panchina di cemento. Questa volta non si sarebbe sbagliato: sarebbe stato vigile e attento. L’avrebbe sicuramente visto.

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Di nuovo il rumore assordante che si avvicinava sempre di più (taratatum, taratatum, taratatum), di nuovo il cuore che batteva all’impazzata, ancora il fischio lacerante quasi fosse a due passi e… poi… ancora una volta quel taratatatum che si allontanava di nuovo pian piano, perdendosi nella notte.

E così per tre, quattro, cinque volte, per tutta la notte. Adesso nel suo cuore cominciava a far capolino la delusione, un po’ di tristezza mista a rabbia perché ancora non era riuscito a vedere il suo treno e non sapeva spiegarsi il perché, pur sentendolo sempre arrivare vicino vicino.

La scoperta dei binari morti e il viaggio a Milano

Quando il cielo cominciò ad illuminarsi e le ombre della notte iniziarono piano piano a ritirarsi, Robertino si decise ad alzarsi per avvicinarsi ai binari e a toccare con la punta delle scarpe quei lunghi e luccicanti pezzi di ferro che gli avevano procurato solo delusione e rabbia, perché non avevano portato nessun treno.

Si guarda a destra e poi a sinistra e si accorge che quei due binari andavano a congiungersi ad altri binari, in un groviglio inestricabile di acciaio.

Solo allora si rese conto che si era seduto davanti a due binari sbagliati, proprio dietro la stazioncina: due binari che facevano transitare solo le locomotive per le loro manovre o riparazioni; due binari che non portavano da nessuna parte. Erano due binari morti. Quelli veri erano al di là della grande siepe, una decina di metri più avanti.

Deluso, stanco, amareggiato, riesce a prendere appena in tempo la littorina che partiva per il paese, viaggiando naturalmente a sbafo. La delusione era stata tanta che per un bel pezzo Robertino preferì guardare il treno dal muretto della terrazza del paese.

Poi, dopo qualche settimana, l’ansia di viaggiare, di evadere, lo riprese e allora cominciò la sua avventura su e giù per l’Italia. Ci aveva pensato per giorni e giorni e poi aveva deciso di fare un viaggio fino a Milano, a trovare i suoi cuginetti figli del dottor Antonio Lepore, il medico del paese che lo aveva curato tante volte e che da alcuni anni si era trasferito al Nord.