Alla Milano Fashion Week, la collezione SS27 «Via Francia» parte da un ricordo d’infanzia e arriva a un guardaroba da reinventare. Il riuso diventa una domanda su chi può giocare con la moda

di Marco Signorile

Prima che arrivi la prima modella, si sentono delle voci. Resto in ascolto. Seguo Simon Cracker da tempo e riconosco quell’apertura, ma non per questo so già cosa vedrò. Le voci lasciano spazio agli abiti, ed è lì che il suo linguaggio ricomincia a muoversi.

Il ricordo d’infanzia in Romagna e la nascita di «Via Francia»

La collezione si chiama Via Francia. È il nome della strada legata alle estati d’infanzia di Simon, trascorse dai nonni in Romagna. Lui e sua cugina Nicoletta preparavano piccoli spettacoli per i vicini. I costumi nascevano da ciò che trovavano nei bauli dei bisnonni: gonne, tovaglie, tende. Oggetti d’uso quotidiano diventavano abiti per inventare un personaggio.

Conoscere questo ricordo cambia il modo in cui guardo la passerella. Il «crack» che dà nome al brand è l’atto di rompere qualcosa che ha perso valore per dargli nuova vita. Qui non vedo soltanto il recupero di materiali. Vedo la libertà di quel gioco infantile portata dentro un lavoro di progettazione: smontare, accostare, provare una forma diversa.

L’«armadio-ludoteca»: modulabilità e capi assemblati a mano

Simon descrive la SS27 come un «armadio-ludoteca». Alcuni abiti sono modulari e cambiano forma grazie a ganci che permettono di spostarne le parti. Altri nascono da scampoli di tessuti differenti o sono assemblati interamente a mano, senza usare elettricità. Sono dettagli concreti: mostrano che la trasformazione non è soltanto un’idea da raccontare, ma una scelta che entra nella costruzione dei capi.

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Davanti a una gonna pantalone indossata con un gilet e a una giacca che diventa quasi un coprispalle, mi sono sorpreso a chiedermi: perché no? Alcuni look chiedono coraggio. Eppure suggeriscono anche un gesto alla portata di tutti: guardare un abito fuori dalla categoria che gli abbiamo assegnato e immaginare un altro modo di portarlo.

La moda accessibile e il coraggio di uno stile non convenzionale

È qui che vedo l’artista oltre al creativo. Simon tratta i materiali con la libertà di chi lavora su una tela, ma il risultato non resta appeso a una parete. Cerca un corpo, una persona disposta a farlo proprio. Il capo cambia ancora quando incontra chi lo indossa.

Nel comunicato, Simon osserva quanto la moda si sia allontanata dalle possibilità economiche della gente comune. È un pensiero che dà peso alla sua scelta di lavorare con ciò che esiste già. Il gioco non cancella il lavoro necessario per creare un abito; apre però una domanda su chi possa partecipare alla moda e sulla libertà di inventare anche con quello che si ha.

Simon ha espresso un pensiero che mi è rimasto impresso: creare una moda bella può essere facile; la difficoltà è continuare a portare avanti uno stile non convenzionale, perché è quello il suo modo di essere. Credo sia la chiave di questa sfilata. La sorpresa di un look dura un istante. La convinzione con cui si costruisce un linguaggio si vede nel tempo.

Dalla passerella al contatto con la strada

Ero all’interno della location quando i look hanno attraversato lo spazio e raggiunto il cortile, incontrando anche gli sguardi di chi si trovava fuori. In quel passaggio, il titolo della collezione ha acquistato per me un altro significato. Via Francia era stata una strada in cui due bambini inventavano spettacoli con gli abiti trovati nei bauli. Ora, per qualche istante, gli abiti tornavano a incontrare una strada.

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Forse il «perché no?» che porto via dalla sfilata nasce proprio lì: nella possibilità di prendere qualcosa che conosciamo, guardarlo di nuovo e scoprire che non ha ancora finito di raccontare.