di Marco Signorile
Si è conclusa il 12 settembre l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dopo undici giorni nei quali il Lido è tornato a essere uno dei centri nevralgici del cinema internazionale.
Film provenienti da cinematografie diverse, grandi autori, interpreti affermati e nuovi talenti hanno composto un’edizione che ha confermato la crescente forza della Mostra, non soltanto come appuntamento culturale, ma come luogo nel quale cinema, industria e grande spettacolo continuano a incontrarsi.
Il red carpet ha fatto la propria parte — tra star, moda, mondanità e una presenza sempre più evidente di influencer e personalità provenienti da mondi non strettamente cinematografici — arrivando talvolta quasi a contendere l’attenzione agli attori e ai film.
Eppure Venezia conserva una caratteristica che, alla fine, sembra rimettere ogni cosa al proprio posto: quando si entra in sala, resta il cinema. E il palmarès dell’edizione 2026 lo racconta con particolare chiarezza.
Il Palmarès del Concorso: i vincitori dei Leoni e delle Coppe Volpi
Il Leone d’Oro per il miglior film è andato a Woman Unknown della regista May el-Toukhy, un’opera ambientata nell’immediato dopoguerra che attraversa il giudizio sociale e il prezzo pagato dalle donne anche dopo la fine dei conflitti. Per lo stesso film Mathilde Arcel ha conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, dedicando il riconoscimento alle donne che hanno vissuto esperienze analoghe a quelle raccontate sullo schermo.
Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria è stato assegnato a Possible Love di Lee Chang-dong, confermando ancora una volta quanto Venezia sappia guardare oltre i confini europei e hollywoodiani e costruire un concorso realmente internazionale.
Particolarmente significativa è stata l’assegnazione del Leone d’Argento per la migliore regia a Ilya Khrzhanovsky per DAU. Un progetto monumentale, sviluppato nell’arco di oltre vent’anni e girato in larga parte a Kharkiv, in Ucraina. Il cineasta, oppositore della politica di Vladimir Putin e dal 2024 non più cittadino russo, ha trasformato il momento della premiazione in una dedica agli ucraini impegnati nella guerra per la propria libertà.
Ancora più direttamente legato alle ferite del presente è stato il Premio Speciale della Giuria a NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor. Il documentario affronta la guerra a Gaza attraverso testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare e d’intelligence israeliano. Sul palco Abraham ha ricordato quanto sia difficile discutere un’opera quando questa viene contestata politicamente ancora prima di essere vista. Una considerazione che supera il caso specifico e riporta il cinema a una delle sue funzioni più profonde: mostrare, interrogare, costringere lo spettatore a confrontarsi anche con ciò che preferirebbe forse non vedere.
Gli altri premi principali della selezione ufficiale:
- Migliore Scenografia / Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat.
- Coppa Volpi per il miglior attore: John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh.
- Premio Marcello Mastroianni (Giovane emergente): Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal).
Sezione Orizzonti: il successo di Riccardo Scamarcio e il cinema del futuro
Anche la sezione Orizzonti, da sempre laboratorio privilegiato per nuove forme e nuovi autori, ha restituito un quadro di straordinario interesse:
- Miglior film: Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni.
- Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” & Premio Speciale della Giuria Orizzonti: La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu.
Per l’Italia arriva poi il grande risultato di Riccardo Scamarcio, premiato come miglior attore di Orizzonti per I figli della scimmia di Tommaso Landucci. Non un riconoscimento isolato: il film ha ottenuto anche il premio per la migliore sceneggiatura della sezione, firmata da Landucci insieme a Damiano Femfert. Scamarcio ha voluto condividere idealmente il premio con Andrea Aggio, che interpreta suo figlio nel film, dedicandolo a tutti i padri.
Ed è forse proprio osservando insieme questi titoli che emerge il carattere profondo di Venezia 83: guerra, responsabilità individuale, condizione femminile, famiglia, potere, differenze sociali, libertà. Temi diversi, provenienti da cinematografie lontane, che mostrano quanto il cinema continui ad avere bisogno del mondo reale e quanto il mondo reale continui ad avere bisogno di essere raccontato.
I numeri da record di Venezia 83: biglietti, industria e turismo
Al di là dell’aspetto artistico, l’edizione 2026 viene consegnata alla storia dai suoi numeri straordinari:
- 117.656 biglietti venduti: un incremento del +14% rispetto al 2025 (che era già stato un anno record). Un dato che dimostra come, nell’epoca delle piattaforme e della visione domestica, il pubblico continui a scegliere la sala e l’esperienza collettiva.
- Venice Production Bridge: ben 3.000 accreditati dell’industria, a consolidamento della dimensione internazionale per il finanziamento e la vendita del cinema globale.
- Impatto Turistico sulla Città: la saturazione delle strutture ricettive online ha raggiunto il 73,6% (+23,2% rispetto al 2025) con picchi dell’85% nei giorni clou. Le ricerche di voli verso Venezia sono cresciute del 55%.
Il binomio tra Red Carpet e Sostanza Cinematografica
Non significa che tutto debba diventare puro spettacolo. Anzi. Proprio mentre il red carpet si apre a mondi sempre più differenti e la comunicazione digitale moltiplica immagini, presenze e personaggi — non sempre provenienti dal cinema — Venezia sembra ricordarci che il glamour può accompagnare un grande Festival, persino amplificarne l’eco, ma non può mai sostituirne la sostanza.
Il punto non è scegliere fra tappeto rosso e sala cinematografica. Venezia funziona perché riesce ancora a contenere entrambi.
Le star attirano gli sguardi. La moda costruisce immagini destinate a fare il giro del mondo. I social moltiplicano l’evento. Il turismo ne raccoglie una parte dell’energia economica. Ma alla fine sono i film a stabilire se un’edizione resterà oppure no.
E forse il risultato più interessante di Venezia 83 è proprio questo: mentre tutto intorno al cinema cambia, il pubblico continua a cercarlo. Centodiciassettemila biglietti raccontano qualcosa che nessun red carpet, da solo, potrebbe raccontare: la voglia di entrare ancora in una sala, aspettare che si spengano le luci e vedere quale storia comincerà.

