di Rossana Lucente
Le “Nanas” di Niki de Saint Phalle sono donne enormi, coloratissime, sfacciate. Hanno gambe divaricate, braccia spalancate, seni giganteschi, pance prominenti e corpi che sembrano non conoscere né vergogna né disciplina. Ballano, corrono, fanno acrobazie. E soprattutto si vestono come vogliono.
Un esercito gioioso: la moda come amplificazione del corpo
Le “Belle Pupe” non sono semplicemente sculture femminili: sono un esercito gioioso di corpi che si sono ripresi lo spazio. I loro abiti, quando ci sono, sembrano costumi, uniformi, paillettes, fantasie psichedeliche, fiori e colori pop.
Ma sotto quella superficie giocosa c’è una storia molto più complessa, quella di una donna che aveva conosciuto prestissimo la manipolazione altrui sul corpo femminile, la violenza, la maternità, il matrimonio, il suicidio del fratello e della sorella, la malattia mentale, e, infine la possibilità di trasformare tutto questo in una forma di libertà.
L’artista cominciò a lavorare alle prime “Ragazze” intorno al 1964-65, anche ispirandosi alla gravidanza dell’amica Clarice Rivers, e, da quel momento le figure femminili passarono dall’essere malinconiche e passive a diventare enormi, vitali, sensuali e apparentemente invincibili.
Nata nel 1930 in Francia, da padre francese e madre americana, la Saint Phalle crebbe soprattutto a New York lavorando come modella, dove il suo volto comparve su riviste come Vogue e Life. L’artista utilizzava il proprio corpo quasi come parte della propria opera: tute, cappelli, abiti teatrali e accessori diventavano una sorta di estensione della sua pratica artistica.
Ed è proprio qui che le “Nanas” diventano interessanti anche dal punto di vista fashion. Se oggi le guardiamo con occhi contemporanei, sembrano quasi gigantesche influencer ante litteram, dotate di total look coloratissimi, stampe, geometrie, fiori, pois, cuori, contrasti cromatici e superfici scintillanti.
Ma l’effetto non è quello di una moda pensata per rendere il corpo più elegante o più magro. È esattamente il contrario: ossia il corpo viene ingrandito, la vita può diventare enorme, il seno sproporzionato, le gambe gigantesche. L’abito non serve a correggere la silhouette, ma la amplifica; non nasconde le curve, le rende monumentali.
Dalla rete metallica alle forme monumentali in resina
Le prime “Donne” erano costruite in modo quasi artigianale, con strutture di rete metallica ricoperte da materiali come tessuto, lana, pittura e resina. Una delle prime, “Nana noire (1965)”, venne ideata in relazione con le lotte contro il razzismo e con la figura di Rosa Parks, utilizzando proprio pittura, lana e tessuto su una struttura di rete metallica.
Questa materialità è importante, perché i vestiti non sono applicati a una scultura già finita, ma ne fanno parte. Il tessuto diventa pelle, la lana diventa superficie, il colore diventa abito. E progressivamente, con l’evoluzione delle tecniche, le forme diventano più lisce, lucide e monumentali, fino alle grandi “Nanas” in poliestere dipinto e fibra di vetro.
Per secoli, nella rappresentazione occidentale, il corpo femminile è stato spesso mostrato come qualcosa da osservare, possedere, idealizzare o controllare. La “Nana” fa un’altra cosa, ovvero si presenta, non chiede permesso, non cerca di essere delicata, non è proporzionata, non è giovane nel senso convenzionale del termine, non è necessariamente bianca, e, soprattutto non è piccola. Ma è una figura che danza, corre, fa capriole e sembra celebrare la gioia come forma di provocazione.
Dopo i violentissimi “Tirs”, le opere in cui la performer sparava con armi da fuoco contro assemblaggi contenenti sacchetti di colore, arrivano queste donne esplosive, ma in un altro senso: non più bersagli da distruggere, ma corpi che prendono possesso dello spazio.

Trauma, maternità e la rottura degli schemi tradizionali
La biografia privata di Niki de Saint Phalle è tutt’altro che lineare. Dopo essere stata espulsa da un collegio cattolico, fugge per sposare l’amico d’infanzia e futuro scrittore Harry Mathews, a soli diciotto anni, e, dalla loro unione nasceranno due figli, Laura e Philip. Il matrimonio, però, si incrina e l’ex marito diventerà il principale responsabile della cura della prole.
È un aspetto della sua vita che oggi può essere letto anche attraverso una lente scomoda, ossia per diventare artista, la donna dovette rompere con il modello di moglie e madre che aveva sperimentato e che sentiva come una prigione. Dopo la separazione entra nella sua vita Jean Tinguely, l’artista svizzero delle macchine cinetiche, con cui convolerà a nozze nel 1971, intrecciando arte e vita sentimentale.
È interessante notare che nel momento in cui nascono le “Nanas” la maternità torni nella sua produzione, ma completamente trasformata. La donna incinta non è più necessariamente la madre confinata nello space domestico, ma è la gigante “Hon (1966)”. La maternità diventa architettura, il corpo femminile diventa un luogo, e, dentro quel corpo può entrare il pubblico.
Prima della grande stagione delle “Nanas”, però, c’è una crisi personale drammatica: l’artista nel 1953 subisce un grave crollo nervoso, portandola ad essere ricoverata in una clinica psichiatrica a Nizza, e, subendo il trattamento deleterio dell’elettroshock. Dagli stati di semi incoscienza emergeranno gli abusi sessuali sulla Niki bambina da parte del padre-orco, segreto traumatico e indicibile per una creatura di undici anni, sino alla pubblicazione del libro “Mon Secret”, e, l’uscita del film “Daddy”, un’opera volutamente disturbante e provocatoria, la quale mette in scena fantasie di incesto, e, rapporti di potere familiari.
È difficile non vedere, a posteriori, un’eco di questa esperienza nella sua ossessione per il corpo. Ma non è corretto dire che le “Nanas” siano solo il risultato della violenza sessuale. La loro nascita è anche legata alla gravidanza dell’amica, al femminismo degli anni Sessanta, alla cultura pop, alla moda, alla scultura, al Nouveau Réalisme, e, alla ricerca di un nuovo linguaggio per rappresentare la donna.
L’eredità contemporanea delle Nanas
L’artista trasforma il corpo in architettura, e, nel suo universo, una donna può essere una statua, una casa, un giardino, una madre, una ballerina, una guerriera, una dea o una bambina gigante, oppure può essere tutto contemporaneamente.
Ed è forse per questo che, a più di mezzo secolo dalla loro nascita, le “Nanas” continuano a sembrare sorprendentemente contemporanee. Perché sotto le stampe psichedeliche, i colori pop e le silhouette esagerate c’è una domanda ancora attualissima:
«Quanto spazio può occupare una donna prima che qualcuno le chieda di ridursi?»
Le “Nanas” di Niki de Saint Phalle hanno scelto la risposta più semplice: «Tutto quello che vogliono».


