di Michele Minisci
È uscito da poco il nuovo libro di Domenico A. Cassiano, noto intellettuale, storico e profondo conoscitore del mondo Arbëreshë, gli albanesi d’Italia, residente a Vaccarizzo Albanese, dal titolo: “L’ERESIA DI GIROLAMO DE’ RADA”.
Un libro che farà molto discutere sia nell’Arberia, sia in Albania, perché non è solo uno studio letterario su questa illustre figura di poeta, scrittore, intellettuale, molto amato, e per altri versi “venerato” dalla comunità albofona italiana, ma un invito a riscoprire l’uomo dietro il simbolo, per comprendere la vera natura di una eredità culturale che ancora oggi interroga l‘identità di tutte le comunità arbëreshë presenti in Italia, ma sparse per il mondo.
Chi è Girolamo De’ Rada e il mito dei “Canti di Milosao”
Ma chi è Girolamo De’ Rada? È universalmente celebrato come il padre della letteratura albanese, un mito nazionale che ha dato voce e identità a un popolo. La sua opera più famosa, “Canti di Milosao”, pubblicata nel 1836, è considerata il capolavoro della letteratura Arbëreshë e l’inizio del movimento di risorgimento nazionale albanese.
Tuttavia, scrive Cassiano nel suo libro, dietro l’icona del vate, si cela un uomo attraversato da profonde contraddizioni e incongruenze e da una “eresia” esistenziale, indagate tutte con grande rigore filologico e uno sguardo moderno.
Le contraddizioni del vate: dal Collegio di Sant’Adriano al ritiro a Macchia
Il libro scardina tutte le letture tradizionali sul sommo poeta pubblicate nel secondo Novecento, che lo descrivevano molto radicato nell’area balcanica, per restituirci, invece, un De’ Rada profondamente immerso nella realtà italiana e meridionale.
Formatosi tra le suggestioni culturali e rivoluzionarie del rinomato Collegio di Sant’Adriano, in San Demetrio Corone, il poeta di Macchia Albanese, suo paese natale, visse la lacerazione tra due “fantasmi”: l’ambizione della poesia e l‘ardore della rivoluzione, legata ai moti del 1848.
Poi arrivò la crisi mistica e il ritiro solitario nel suo paesino arbëreshë, che fanno emergere il profilo di un intellettuale che scelse l’autoemarginazione e il rifiuto della modernità, trasformando la lingua materna in un raffinato strumento di dignità poetica.
Insomma, un bel po’ di argomenti per poter discutere, litigare, confrontarsi su questo interessante libro di Domenico Cassiano.

