Suma Cruz: e se fosse il gioiello a scegliere la scena?

Al WHITE Milano, nell’area Taverna, le creazioni nate a Madrid da Susana Cruz invitano a guardare l’accessorio da un’altra prospettiva: non come dettaglio finale, ma come inizio di una storia

di Marco Signorile

Al WHITE mi fermo davanti a una mantide dorata. Ha le zampe aperte, il corpo inciso come una foglia e una presenza che reclama attenzione. Non parlo subito con chi è allo stand. Continuo a guardare.

Accanto alla mantide incontro collane costruite su più livelli, catene che cambiano colore e misura, perle sospese tra elementi dalle forme inattese. Ogni pezzo è diverso. Eppure, passando con lo sguardo dall’uno all’altro, comincio a riconoscere un filo: la natura, il ricordo, qualcosa che sembra arrivare da un’altra epoca e trovare qui una nuova forma. È come entrare in un film a scene già iniziate. Ogni gioiello apre una porta sul successivo.

Il linguaggio teatrale e le forme della natura

Sono le creazioni di Suma Cruz, il marchio fondato a Madrid nel 2008 da Susana Cruz, che incontro nell’area Taverna del WHITE, dedicata ai brand di ricerca. Solo dopo essermi soffermato sui pezzi mi avvicino a Ilaria Letteriello, che segue l’espansione del marchio. Parlando con lei emerge un’intenzione semplice, ma impegnativa da realizzare: fare dell’accessorio il protagonista del look.

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A quel punto la domanda viene da sé: che cosa succede quando non scegliamo un gioiello per completare un abito, ma partiamo da lui per decidere come presentarci?

La risposta è nelle forme e nel modo in cui sono costruite. Ci sono catene intrecciate a mano, perle, superfici dorate dall’aspetto vissuto. Felci, calle e figure animali portano la natura verso un territorio quasi fantastico. Alcuni pezzi hanno il volume di piccole sculture; altri sono più leggeri, ma conservano la stessa voglia di uscire dall’ordinario. È un linguaggio teatrale che conosco bene: un elemento può cambiare la lettura di tutta la figura, proprio come un oggetto di scena nelle mani di un attore.

Mondi fantastici e la manifattura artigianale a Madrid

Sfogliando il catalogo ritrovo quel filo in mondi diversi: un giardino botanico, creature fantastiche, paesaggi lontani, storie che sembrano appartenere al mare o a un altro tempo. Non sono temi messi accanto ai gioielli per decorarli. Aiutano a capire perché, davanti allo stand, un oggetto mi abbia portato a cercarne un altro.

Ilaria mi racconta che questi gioielli nascono per permettere a chi li indossa di esprimere il proprio carattere. Mi sembra una distinzione essenziale. Un pezzo così visibile può attirare lo sguardo degli altri, certo; prima, però, deve incontrare quello di chi lo sceglie. Deve somigliare a qualcosa che quella persona riconosce di sé.

Dietro la libertà delle forme c’è un lavoro preciso. Secondo quanto mi viene raccontato allo stand, la produzione avviene nel laboratorio di Madrid, dove una squadra di artigiani realizza e assembla i pezzi a mano. Le collezioni dialogano tra loro: ritornano motivi e suggestioni, senza che ogni creazione perda la propria identità. È un modo di progettare che invita a conservare un gioiello e a ritrovarlo, anche dopo molto tempo.

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Un atelier che suggerisce nuove storie

Ilaria mi parla anche dello showroom madrileno, allestito come un appartamento nel quartiere Salamanca. Riesco a immaginarlo dopo questa visita: un luogo in cui i gioielli non aspettano soltanto di essere osservati, ma suggeriscono modi diversi di viverli.

Quando lascio lo stand, torno con lo sguardo alla mantide dorata da cui tutto è cominciato. Ora la vedo insieme alle collane, alle perle, alle forme incontrate lungo il percorso. Il filo che cercavo non era soltanto tra gli oggetti: era nel viaggio che mi avevano fatto fare. E mi resta una domanda: quanto di noi può raccontare un gioiello, prima ancora che prendiamo la parola?