Quando la città si ferma, sappiamo fermarci anche noi?

Milano, alla vigilia di Ferragosto, cambia volto.

di Marco Signorile

Camminando per le sue strade si ha quasi la sensazione di attraversare un’altra città. Molte serrande sono abbassate, il traffico si alleggerisce, i residenti sono partiti e anche chi la vive soprattutto per lavoro sembra averla temporaneamente lasciata.

Restano aperti i supermercati, alcuni negozi, le attività che intercettano un turismo ormai presente durante tutto l’anno. Ed è forse proprio questo l’aspetto più curioso: mentre la città si svuota dei milanesi, si riempie delle lingue del mondo.

Americani, inglesi, giapponesi, famiglie e piccoli gruppi di viaggiatori che magari si fermeranno soltanto tre o quattro giorni prima di proseguire verso il mare, un’altra città europea o una destinazione di vacanza.

Il turismo e la scoperta di Milano

Per molto tempo Milano è stata raccontata soprattutto attraverso alcuni grandi appuntamenti: la moda, il design, il Salone del Mobile, gli eventi, il lavoro. Oggi sembra essere cambiato qualcosa.

Il turismo ha cominciato a capire che non è soltanto una città in cui arrivare per fare qualcosa. È anche una città da scoprire.

E per scoprirla davvero serve tempo.

Non sempre si concede immediatamente. Bisogna entrare in una via apparentemente anonima, attraversare un cortile, osservare un palazzo, fermarsi davanti a un museo o semplicemente alzare lo sguardo. Dietro una facciata che sembra non raccontare nulla possono aprirsi mondi inattesi.

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Forse è anche questo uno dei motivi per cui continuo ad amare profondamente questa città, nonostante negli anni sia diventata più complessa, più faticosa, più congestionata.

La pausa di Ferragosto e la nostra capacità di adattamento

Ad agosto, però, e soprattutto nei giorni intorno a Ferragosto, sembra prendersi una pausa.

E camminando dentro questo silenzio mi sono accorto che forse non è soltanto la città a cambiare.

Cambiamo anche noi.

Ci sono alcune giornate del calendario che sembrano autorizzarci a entrare in una specie di bolla.

Ferragosto è una di queste.

Per qualche ora, per qualche giorno o per una settimana, molte urgenze improvvisamente smettono di esserlo. Le telefonate possono aspettare. Le mail possono restare senza risposta. Gli appuntamenti vengono rimandati. Le discussioni sembrano meno necessarie.

Fuori da quella bolla, naturalmente, il mondo va avanti.

Viviamo un tempo storico tutt’altro che semplice: conflitti, tensioni, difficoltà economiche, preoccupazioni quotidiane. Una società nella quale persino trovare un punto di incontro sembra, a volte, più difficile che trovare un motivo di scontro.

Eppure l’essere umano possiede una capacità straordinaria: adattarsi.

Sappiamo, almeno per qualche momento, creare una distanza da ciò che ci circonda.

Non significa ignorare la realtà. Non significa fingere che i problemi non esistano.

Significa concedersi una tregua.

Perché aspettiamo il calendario per concederci una pausa?

Ed è qui che nasce una domanda.

Se siamo capaci di farlo a Ferragosto, perché facciamo tanta fatica a farlo durante il resto dell’anno?

Perché aspettiamo che sia il calendario a dirci che possiamo rallentare?

Forse abbiamo imparato a considerare la pausa quasi come un premio. Prima bisogna correre, produrre, rispondere, organizzare, risolvere. Poi, soltanto quando arriva una festività, ci sentiamo autorizzati a fermarci.

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E invece quella piccola bolla potrebbe diventare qualcosa di più quotidiano.

Una passeggiata senza controllare continuamente il telefono. Un pomeriggio nel quale non tutto deve avere una risposta immediata. Una cena nella quale il lavoro resta fuori dalla porta. Un’ora senza notizie, notifiche, senza la necessità di essere sempre raggiungibili.

Non sarebbe una fuga.

Sarebbe una forma di equilibrio.

Rallentare per ritrovare se stessi e gli altri

Probabilmente ne beneficerebbe il nostro benessere psicofisico, ma anche la qualità delle nostre relazioni. Perché quando rallentiamo torniamo spesso ad accorgerci delle persone, dei luoghi e persino di noi stessi.

Oggi Milano, quasi vuota e attraversata soprattutto da chi è venuto da lontano per conoscerla, sembra ricordarlo.

La città resta lì, anche quando rallenta.

E forse vale anche per noi.

Il privilegio del Ferragosto non è soltanto avere un giorno libero.

È ricordarci che sappiamo ancora fermarci.

E che, qualche volta, potremmo concederci questo diritto senza aspettare che sia il calendario a darcene il permesso.