Stiamo imparando a proteggere la natura. Ma sappiamo proteggere anche noi stessi?

In questi giorni mi sono imbattuto in una notizia che, inizialmente, mi ha fatto sorridere e subito dopo riflettere.

Riguardava una di quelle immagini che appartengono quasi alla memoria collettiva delle estati: bambini sulla spiaggia, retino in mano e secchiello pieno d’acqua, alla ricerca di piccoli pesci, granchi, stelle marine o meduse.

Oggi sappiamo molto più di ieri. Sappiamo che ciò che per un bambino può sembrare un gioco può trasformarsi in sofferenza per un essere vivente. Una stella marina non è un souvenir, un granchio non è un giocattolo e lasciare un animale in poca acqua, magari sotto il sole, significa sottrarlo alle condizioni necessarie alla sua sopravvivenza.

È giusto insegnarlo. Anzi, è necessario.

Il compito degli adulti è anche questo: trasformare la curiosità dei bambini in conoscenza e il gioco in rispetto.

Dalla paura al rispetto: come cambia la percezione dell’ambiente

Il nostro rapporto con alcuni animali, però, nasce spesso da percezioni molto diverse. Ricordo, da ragazzo, un bagno in Puglia durante il quale mi ritrovai improvvisamente circondato dalle meduse. Per riuscire a superarle dovetti immergermi e passare sotto quella sorta di barriera che si era creata intorno a me.

In quel momento non le consideravo certo creature da proteggere. Erano semplicemente qualcosa da cui difendermi.

Forse anche questo spiega perché per molto tempo abbiamo guardato alcuni abitanti del mare più come fastidi che come parte di un ecosistema.

La sensibilità, fortunatamente, cambia.

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E proprio mentre pensavo a tutto questo mi è venuta un’altra domanda.

Se stiamo imparando ad avere tanta attenzione per ciò che vive intorno a noi, riusciamo ad avere la stessa attenzione per le condizioni nelle quali facciamo vivere noi stessi?

Non è una contrapposizione tra uomo e natura. Sarebbe assurdo: l’uomo è parte della natura.

È piuttosto una questione di coerenza nella cultura della cura.

La vivibilità delle nostre città durante i mesi estivi

Le nostre città durante l’estate possono diventare luoghi difficili. Temperature elevate, asfalto che accumula calore, traffico, spostamenti quotidiani, mezzi pubblici affollati. E dentro tutto questo continuano a vivere anziani, bambini, persone fragili e lavoratori che ogni giorno devono muoversi per raggiungere il proprio posto di lavoro.

Poi arriva agosto e accade qualcosa di curioso.

Le città si svuotano e diventano, almeno in parte, più respirabili. Meno automobili, meno traffico, meno pressione sugli spazi urbani.

Contemporaneamente moltissime persone si concentrano negli stessi luoghi di vacanza, negli stessi giorni, sulle stesse strade e sulle stesse spiagge. Si parte spesso già stanchi, si affrontano code e affollamento e qualche volta si torna con la sensazione di avere dovuto organizzare persino il proprio relax.

È diventato difficile perfino riposarsi.

Forse allora dovremmo interrogarci non soltanto su come proteggere l’ambiente, ma anche su come organizzare diversamente la nostra presenza dentro quell’ambiente.

E non servono necessariamente rivoluzioni.

Smart working e orari: ripensare l’organizzazione del lavoro

Pensiamo, per esempio, al lavoro agile nei mesi più caldi. Non come privilegio o sinonimo di lavorare meno, ma come possibile strumento organizzativo nei settori in cui può essere realmente applicato.

Ridurre alcuni spostamenti quotidiani nei periodi di maggiore calore potrebbe significare meno traffico, meno stress e città più vivibili anche per chi deve necessariamente continuare a muoversi.

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Non tutti possono lavorare da casa, naturalmente. Sarebbe una semplificazione pensarlo.

Ma possiamo almeno domandarci se alcuni automatismi della nostra organizzazione quotidiana debbano rimanere identici in ogni periodo dell’anno.

Viviamo in una società regolata da orari, obblighi e divieti. Molti sono indispensabili. Altri potrebbero forse essere ripensati alla luce di un clima che cambia e di città che, durante alcune settimane dell’anno, diventano sempre più faticose da abitare.

Non servono sempre nuove proibizioni.

Forse serve anche qualcosa di più semplice e, nello stesso tempo, più complesso: creare condizioni che permettano alle persone di vivere meglio.

Riconoscere la fragilità dell’uomo accanto a quella del pianeta

Proteggere una stella marina significa comprendere che non possiamo ignorare le condizioni ambientali necessarie alla sua vita.

Proteggere una persona significa forse iniziare a chierdci se anche l’ambiente che abbiamo costruito intorno a noi sia ancora adatto alla vita che pretendiamo di condurre.

Non siamo innocenti rispetto a ciò che sta accadendo al pianeta. L’uomo ha prodotto danni enormi e continua a produrne. Ma riconoscerne la responsabilità non dovrebbe significare dimenticarne la fragilità.

Le due cose possono convivere.

Possiamo essere responsabili e, contemporaneamente, avere bisogno di cura.

Possiamo imparare a rispettare un piccolo animale sulla battigia e, nello stesso tempo, immaginare città, lavoro e tempi sociali capaci di rispettare maggiormente le persone che li vivono ogni giorno.

Perché forse la vera evoluzione non consiste nell’aggiungere continuamente nuove regole.

Consiste nel comprendere meglio ciò che è vivo.

Stiamo imparando a riconoscere la fragilità della natura. Forse è arrivato il momento di riconoscere con la stessa attenzione anche quella dell’uomo.