L’arte antica nella contemporaneità: Kali Hope e Danzare il Grecanico al Festival Agape, le sfumature dell’Amore (FOTO)

La seconda edizione di AGAPE, iniziativa promossa dal Comune di Reggio Calabria nell’ambito del progetto “ReggioFest2026: cultura diffusa” e finanziata a valere sul Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura, ha confermato la sua vocazione: riportare al centro della città una cultura viva, partecipata, capace di unire tradizione e innovazione.

Sotto la direzione artistica di Angelica Artemisia Pedatella e la direzione organizzativa di Silvana Esposito, il festival ha dedicato le giornate del 5 e 6 settembre a due appuntamenti che hanno intrecciato mito, danza contemporanea e radici grecaniche, offrendo al pubblico un’esperienza intensa e profondamente simbolica.

Kali Hope – L’Urlo di Calliope: il mito che parla al presente

Il 5 settembre è andato in scena Kali Hope – L’Urlo di Calliope, uno spettacolo di teatrodanza che ha lasciato il pubblico sospeso, emozionato e partecipe. La platea ha seguito ogni quadro con il fiato trattenuto, fino all’esplosione liberatoria dell’applauso sul finale, che ha visto tutte le performer unite in un gesto corale di forza e bellezza.

L’attrice Alice Cesaretti ha interpretato Calliope, la Musa della narrazione, colei che per millenni ha custodito le gesta degli eroi. Nel testo e nella regia di Gabriele Naccarato, Calliope diventa simbolo di una memoria ferita: una divinità nata per raccontare la verità, ma trasformata dagli uomini in strumento di conflitto. La sua frase – «hanno trasformato il mio inchiostro in sangue» – risuona come un monito contro le guerre e i femminicidi che continuano a macchiare le pagine della cronaca contemporanea.

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Richiamata dalle sue sorelle, le Muse incarnate dal corpo di ballo diretto dalla Maestra Lia Molinaro (Federica, Denise, Alessia, Maria Ilenia, Martina, Marina e Ilaria), Calliope ritorna sulla Terra in una nuova forma: Asherah, la dea dimenticata, e Kali, la forza che distrugge per ricreare.

Nel monologo finale, la Cesaretti sprigiona tutta la sua potenza, trasformando dolore e sospensione in libertà. Nelle sorelle di Calliope la bellezza ha trovato la sua potenza: corpi che si cercano, si sollevano e si liberano, diventando un’unica voce danzante capace di urlare senza parole.

Accanto alla Cesaretti, la controparte danzante interpretata dalla coreografa e ballerina Giada Guzzo ha elevato ulteriormente il livello artistico, portando in scena una Calliope fisica e viscerale, che dialoga con la danza e la gestualità.

La forza ritmica della musica e del progetto scenico

Le musiche che hanno accompagnato lo spettacolo hanno trovato il loro apice nei brani tekno composti da Neurorbital (Alessandro Còrdoba): Scream of Calliope — il pezzo che ha ispirato Naccarato nella creazione dell’intera opera — e Immortals, che ha chiuso la performance con un’energia travolgente.

Queste composizioni hanno amplificato i momenti coreografici più intensi e tribali, trasformandoli in un’esperienza collettiva di libertà, connessione e forza condivisa. Perché la verità della tekno è questa: che sotto ogni battito c’è un cuore che si ricorda, che ogni pulsazione è un richiamo antico e che quando il ritmo accelera, non è il corpo a correre ma l’anima che finalmente si riconosce nella sua comunità.

Le coreografie di Lia Molinaro, Giada Guzzo e Gabriele Naccarato, unite allo stile DanceMySelf, hanno guidato le performer in un viaggio emotivo che attraversa mito, identità, fragilità e rinascita. Una vera e propria alchimia si è istaurata sulla scena, trasformando lo spettacolo in un sogno a occhi aperti. Fondamentale anche il contributo tecnico di AM Service e Raffaele Guzzo, che hanno dato profondità visiva e sonora all’intera messa in scena.

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Kali Hope è stata una visione condivisa: un rito che ha invitato il pubblico a guardare il presente con gli occhi del passato, proprio come spera Calliope.

Danzare il Grecanico: quando la tradizione diventa movimento contemporaneo

Il 6 settembre, presso il Liceo T. Campanella – M. Preti Frangipane, il festival ha proseguito il suo percorso con un laboratorio di teatrodanza e danza contemporanea condotto dai Maestri e coreografi Gabriele Naccarato e Giada Guzzo.

Un incontro aperto a tutti, che ha raccolto giovani danzatrici e donne desiderose di esplorare nuove forme espressive. La giornata ha alternato tecnica, ricerca, esercizi di ascolto e momenti di profonda umanità: risate, leggerezza, ma anche introspezione e scoperta delle proprie potenzialità.

Il laboratorio si è concluso con una composizione coreografica su una base musicale che ha incluso il Grecanico, antica lingua d’origine greca ancora presente nel territorio reggino. Le partecipanti hanno portato in scena ciò che avevano appena appreso, trasformando la tradizione in gesto contemporaneo, memoria in movimento e identità in danza, con il coraggio di essere sé stessi.

Agape, le sfumature dell’Amore: un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare

AGAPE ha dimostrato che la cultura, quando è condivisa, diventa un ponte: tra generazioni, linguaggi, territori e memorie. Kali Hope e Danzare il Grecanico hanno raccontato due modi diversi di abitare l’arte, ma entrambi hanno mostrato la stessa verità: il passato non è un luogo da conservare, ma una forza da trasformare in una visione culturale che non teme il futuro.