Yayoi Kusama: vita, opere e l’eredità cosmica della regina dei pois

di Rossana Lucente

Yayoi Kusama è stata una delle artiste giapponesi più influenti e riconoscibili tra il Novecento e il nuovo millennio. I suoi pois, le zucche, le reti infinite, gli specchi e le installazioni immersive sono diventati un linguaggio visivo immediatamente identificabile, capace di attraversare i confini dell’arte contemporanea per arrivare alla moda, al design e alla cultura popolare.

Nata a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, nel 1929, Kusama ha attraversato oltre settant’anni di storia dell’arte contemporanea, sperimentando pittura, scultura, performance, cinema, letteratura, installazioni e moda. È morta a Tokyo il 14 agosto 2026, all’età di 97 anni.

La sua vicenda personale è stata complessa e spesso dolorosa: un’infanzia difficile, il rapporto conflittuale con la famiglia, le allucinazioni iniziate da bambina, la fuga negli Stati Uniti, gli anni di marginalità nella scena artistica newyorkese e, infine, una consacrazione internazionale arrivata soprattutto in età avanzata. Ma proprio nella trasformazione delle proprie esperienze personali in immagini risiede una delle chiavi per comprendere la sua arte.

L’infanzia a Matsumoto, le allucinazioni e l’origine dei pois

Kusama era la più giovane di quattro figli. La sua famiglia apparteneva a una condizione economica relativamente agiata e gestiva a Matsumoto un’attività legata alla coltivazione e alla vendita di semi, piante e fiori. L’ambiente familiare, tuttavia, era tutt’altro che sereno. Kusama ha raccontato un’infanzia segnata dal rapporto tormentato tra i genitori: il padre aveva relazioni extraconiugali e la madre, secondo i suoi racconti, la mandava a controllarlo, riversando successivamente sulla figlia la propria rabbia.

Anche il desiderio di diventare artista incontrò la forte opposizione materna. La pittura divenne così, fin da giovanissima, una forma di ribellione ma anche di protezione. Kusama cominciò a disegnare intorno ai dieci anni, proprio nel periodo in cui iniziò a sperimentare fenomeni percettivi estremamente intensi. Raccontò di avere allucinazioni visive e uditive e di vedere punti, reticoli e forme che sembravano moltiplicarsi fino a ricoprire l’ambiente circostante.

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Invece di limitarsi a subirli, iniziò a rappresentarli. È qui che nasce una delle caratteristiche fondamentali della sua poetica: la trasformazione dell’esperienza interiore in una forma visibile.

  • I pois e le reti: Non furono semplicemente una scelta estetica, ma erano legati al suo modo di percepire il mondo e alla necessità di dare una forma concreta a paure, ossessioni e immagini interiori.
  • La Self-Obliteration (Auto-annullamento): Attraverso la ripetizione incessante di uno stesso elemento, il singolo perde progressivamente la propria individualità e viene assorbito in un insieme più grande. Un punto diventa migliaia di punti; i punti diventano una superficie; la superficie diventa uno spazio sconfinato.

Dalla pittura Nihonga agli anni newyorkesi: “Infinity Nets” e installazioni

Nel 1948 Kusama si trasferì a Kyoto per studiare arte alla Kyoto Municipal School of Arts and Crafts, dove si formò nella pittura tradizionale giapponese nihonga. La formazione fu importante, ma l’ambiente artistico tradizionale le appariva troppo rigido e conservatore. Il suo interesse si rivolgeva sempre più verso l’arte moderna occidentale.

Dopo la prima mostra personale a Matsumoto nel 1952 e una fondamentale corrispondenza con Georgia O’Keeffe, nel 1957 Kusama partì per gli Stati Uniti, stabilendosi a New York. In quanto donna giapponese in una scena prevalentemente maschile e occidentale, riuscì a costruire una posizione autonoma e radicale:

  1. Infinity Nets: Grandi tele ricoperte da una fitta successione di piccoli segni ripetuti, superfici mentali potenzialmente infinite che anticiparono il Minimalismo e l’arte concettuale.
  2. Accumulations & Happenings: Oggetti quotidiani ricoperti da protuberanze morbide, performance e interventi sul corpo umano dipinto a pois.
  3. Infinity Mirror Room (1965): Con Phalli’s Field, Kusama introdusse ambienti specchianti in cui l’opera smette di essere soltanto guardata per diventare un’esperienza immersiva vissuta dal visitatore.

L’icona della Zucca, la salute mentale e il rapporto con l’arte

Tra le immagini più celebri di Kusama spicca la zucca gialla a pois neri. Appartenente al suo immaginario fin dall’infanzia, la zucca è un elemento naturale e quotidiano trasformato in un soggetto fantastico, giocoso e al contempo inquietante, diventando una sorta di autoritratto indiretto dell’artista.

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Nel 1977, rientrata in Giappone, Kusama scelse di entrare volontariamente in una struttura psichiatrica di Tokyo, dove avrebbe continuato a vivere per il resto della sua vita, recandosi quotidianamente nel suo studio per lavorare.

“Non è corretto sostenere che ‘la sua malattia abbia creato il suo genio’. L’arte le ha permesso di affrontare paure, ansie e allucinazioni, trasformando un’esperienza intima in un linguaggio universale.”

Il legame indissolubile tra Arte, Corpo e Moda

Il rapporto di Yayoi Kusama con la moda affonda le radici negli anni Sessanta, quando organizzava fashion show ed happening in cui vestito e corpo diventavano estensioni della performance. Nel 1969 fondò la Kusama Enterprises per vendere abiti e oggetti, intuendo decenni prima il potenziale dell’arte applicata alla vita quotidiana.

La consacrazione globale di questo binomio arrivò con le storiche collaborazioni con Louis Vuitton (iniziate dopo l’incontro con Marc Jacobs nel 2006 e culminate nel 2012 e negli anni successivi). Borse, abiti e accessori sono stati colonizzati dai suoi pois, dimostrando come il motivo ossessivo potesse trasformarsi in un codice d’alta moda senza perdere la propria matrice concettuale.

Relazioni, solitudine e la consacrazione tardiva

Nonostante una vita dedicata quasi interamente all’arte in solitudine, Kusama visse legami intensi nel periodo newyorkese:

  • Joseph Cornell: Un rapporto profondo e complesso fatto di affetto, vicinanza poetica e dipendenza emotiva, la cui scomparsa nel 1972 la segnò profondamente.
  • Donald Judd: Tra i primi critici a sostenere le sue Infinity Nets nel 1959.

Il grande riconoscimento istituzionale arrivò gradualmente: la rappresentanza del Giappone alla Biennale di Venezia nel 1993, l’Ordine della Cultura del Giappone nel 2016 e l’inaugurazione del Yayoi Kusama Museum a Tokyo nel 2017.

La parabola di Yayoi Kusama rimane quella di un’artista che ha saputo dissolvere i propri confini personali per regalare al mondo un universo visivo infinito.